Ci sono luoghi che resistono più nella memoria che nella realtà, eppure continuano a parlare. Poggio Monaco è uno di questi: un pugno di case abbandonate in collina, a poca distanza da Belpasso, tra le colate dell’Etna e i confini irregolari dei terrazzamenti in pietra. Non è segnato sulle mappe turistiche, non ha insegne, né itinerari consigliati. Si arriva qui per caso o per un’intuizione, e ciò che si trova non è solo un villaggio disabitato, ma un intero frammento di storia sospeso nel silenzio.
Un tempo Poggio Monaco era un piccolo centro agricolo, abitato da braccianti e pastori che vivevano in simbiosi con la montagna. Il nome evoca nobiltà, ma la realtà era fatta di povertà dignitosa, di mani callose, di muri a secco e tetti spioventi. Le case, oggi ridotte a ruderi, raccontano ancora la geometria dei giorni semplici: la cucina con il focolare annerito, la stalla accanto al letto, i ganci di ferro alle pareti per appendere gli attrezzi, un’immagine sbiadita di Sant’Alfio a proteggere l’uscio.
L’abbandono di Poggio Monaco è stato lento, quasi inavvertito. Non ci fu un’eruzione improvvisa a spazzare via tutto. Piuttosto, fu il lento declino dell’agricoltura tradizionale, l’urbanizzazione crescente della piana catanese, le promesse di città e lavoro. Uno dopo l’altro, gli abitanti se ne andarono, chi verso Belpasso, chi a Catania, chi all’estero. I bambini che un tempo correvano tra le pietre adesso sono padri o nonni, e quando tornano, se tornano, lo fanno con occhi pieni di passato.
Camminare tra le case di Poggio Monaco è un esercizio di ascolto. Il silenzio qui non è assenza, ma presenza muta. Le finestre aperte sembrano occhi vuoti, e i cancelli arrugginiti cigolano al vento come vecchie voci. Nei periodi di pioggia, l’erba riprende possesso dei vicoli, e i muri di pietra nera si coprono di muschio e licheni, come ferite che lentamente guariscono.
Eppure, nonostante l’abbandono, Poggio Monaco conserva una sorta di dignità antica. Forse per la sua posizione panoramica: da qui si domina gran parte della piana di Catania, e nei giorni limpidi si scorge il mare. Forse per il rapporto con l’Etna, che si staglia alle spalle come una divinità silenziosa, sempre presente, a tratti minacciosa ma anche madre generosa. Le colate laviche del passato hanno sfiorato il borgo, lo hanno circondato, ma mai completamente inghiottito. È come se la montagna avesse scelto di risparmiarlo per lasciarci un messaggio.
Negli ultimi anni, qualche iniziativa spontanea ha cercato di riportare vita in queste pietre. Un’associazione di escursionisti ha tracciato un sentiero tra i ruderi, e durante l’estate si organizza un piccolo raduno di memoria orale. Vecchi abitanti raccontano ai giovani com’era la vita qui, tra canti antichi e pane cotto nei forni a legna. Non c’è turismo, non c’è commercio: solo un rito laico della memoria, un tentativo di non lasciare che il tempo cancelli tutto.
Ma forse Poggio Monaco non ha bisogno di essere salvato. Forse la sua bellezza risiede proprio nella sua incompiutezza, nella sua condizione di soglia tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere. Qui si impara che i luoghi non si esauriscono nella loro utilità: possono vivere anche solo come memoria, come paesaggio interiore.
In fondo, Poggio Monaco è un frammento di anima etnea: duro come la lava, ma fragile come la nostalgia. Un luogo che non si visita per vedere, ma per ricordare. E, nel ricordare, anche chi non c’è più continua a camminare tra le sue pietre.

