All’ombra dell’Etna, in una terra forgiata dalla lava e da una solenne gravitas, prende forma una delle espressioni più potenti del teatro di figura italiano: l’Opera dei Pupi di scuola catanese. Riconosciuta dall’UNESCO come Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità insieme alla sua controparte palermitana, questa tradizione siciliana trova a Catania una declinazione unica, imponente e fiera, che rispecchia l’anima del suo territorio.
A distinguere i pupi catanesi è, prima di ogni altra cosa, la loro fisicità monumentale. A differenza dei più agili e leggeri “cugini” di Palermo, i cavalieri e le dame dell’est dell’isola sono giganti di legno che possono superare il metro e trenta di altezza e raggiungere i trenta chilogrammi di peso. Con le loro gambe rigide, prive di articolazione al ginocchio, e uno scheletro solidamente imbottito, i pupi catanesi possiedono una presenza scenica statuaria. Questa imponenza non è un vezzo, ma una scelta stilistica che conferisce ai personaggi un portamento eroico e severo, quasi a riecheggiare la presenza massiccia del vulcano che incombe sulla città.
La tecnica di manovra si adatta a questa stazza. I “manianti”, veri e propri motori di quest’arte, non operano dai lati del palcoscenico, ma da un ponte rialzato posto dietro il fondale, detto scannappoggiu. Questa postazione sopraelevata non solo permette di gestire il notevole peso dei pupi, ma offre anche il vantaggio di un boccascena molto più ampio. Ed è proprio in questo spazio che la scuola catanese esprime tutta la sua potenza narrativa, mettendo in scena grandiose battaglie corali tratte dal ciclo carolingio. Le storie di Orlando, Rinaldo, e dei paladini di Francia si dispiegano in scontri epici, con decine di pupi armati che si affrontano in combattimenti furiosi, un realismo crudo e spettacolare che è marchio di fabbrica dello stile etneo.
Il repertorio attinge a piene mani dalla letteratura cavalleresca, ma la narrazione catanese si distingue per un tono più tragico e realistico. Le storie si dilatano, gli amori sono tormentati, i tradimenti più sanguinosi e le morti più drammatiche. I pupari non sono semplici cantastorie, ma drammaturghi che, sera dopo sera, adattano e improvvisano i dialoghi, infondendo nei loro personaggi di legno una profondità psicologica che avvince e commuove il pubblico.
La sopravvivenza di questa forma d’arte, che ha rischiato di scomparire sotto i colpi della modernità, è legata indissolubilmente a vere e proprie dinastie di pupari. Tra queste, spicca la celebre famiglia Napoli, che dal 1921, attraverso quattro generazioni, si è fatta custode e interprete di questa tradizione. Nelle loro botteghe storiche, i Napoli non si limitano a costruire e manovrare i pupi secondo le antiche regole; essi preservano un intero universo di saperi artigianali, codici performativi e un patrimonio narrativo che continua a incantare gli spettatori. Grazie a loro e ad altre famiglie di pupari, l’epica scolpita nel legno dei cavalieri catanesi non è un semplice reperto folkloristico, ma un’eredità viva, capace ancora oggi di raccontare, con la sua solenne potenza, storie universali di onore, amore e battaglia.

