Nel cuore marinaro di Aci Trezza, borgo incastonato nella Riviera dei Ciclopi, ogni anno a fine giugno si rinnova un rito che fonde in modo indissolubile il sacro e il profano, la fatica della pesca e la devozione popolare. È “‘U Pisci a Mari”, una singolare pantomima folkloristica che va in scena durante i solenni festeggiamenti in onore di San Giovanni Battista, il santo patrono. Più che un semplice spettacolo, è la rappresentazione vivente dell’anima di una comunità che da sempre vive in simbiosi con il mare.
La scena si svolge nello specchio d’acqua antistante il porto, che si trasforma in un palcoscenico naturale. Protagonista è un gruppo di pescatori esperti che, a bordo di una lancia tradizionale, inscena l’antica e faticosa caccia al pesce spada. Ma qui, il pesce non è una creatura marina, bensì un uomo agile e scattante che si tuffa in acqua, cercando di sfuggire alla cattura con astuzia e abilità. Inizia così un inseguimento rituale, un dialogo serrato e comico interamente in dialetto siciliano tra il “rais”, l’anziano e autorevole capo della tonnara, e il resto della ciurma.
Il Rais, dalla sua postazione di comando, urla ordini, incita e si dispera, mentre i pescatori remano con foga e lanciano le loro accuse scherzose al “pesce” che si beffa di loro. La folla, assiepata sulla banchina, non è una spettatrice passiva, ma partecipa attivamente, tifando ora per i pescatori, ora per l’uomo-pesce, in un crescendo di ilarità e coinvolgimento. L’apice della rappresentazione arriva con la cattura. Dopo vari tentativi falliti e scene esilaranti, il “pesce” viene finalmente arpionato (in modo simbolico e innocuo) e issato a bordo tra gli applausi generali. Il suo destino, secondo il copione, sarà quello di essere venduto al mercato, con tanto di pesatura e contrattazione comica finale.
Sotto la superficie goliardica, “‘U Pisci a Mari” nasconde una profondità culturale straordinaria. L’evento è un perfetto esempio di sincretismo, dove un antico rito propiziatorio pagano, legato alla speranza di una pesca abbondante, si è fuso nei secoli con la celebrazione cristiana del santo patrono. È un modo per esorcizzare la paura e le incertezze del mare, per trasformare la lotta quotidiana per la sopravvivenza in una festa collettiva.
Questa tradizione, tramandata oralmente di generazione in generazione, non è solo folklore. È il cemento di un’identità comunitaria che affonda le sue radici nella cultura marinara. Ogni gesto, ogni battuta in dialetto, ogni spruzzo d’acqua racconta la storia di Aci Trezza, il suo legame ancestrale con le onde e la sua capacità di celebrare la vita con fede, sudore e un’inguaribile ironia.

