A pochi chilometri da Randazzo, lungo la linea invisibile che separa l’Etna dalle prime propaggini dei Nebrodi, si stende un pianoro silenzioso, segnato da massi, ciuffi d’erba e striature di lava antica. È l’altopiano di Drafinà, una delle zone archeologiche meno note della Sicilia orientale, e proprio per questo tra le più affascinanti. Nessuna biglietteria, nessun centro visite. Solo una trazzera contadina che si apre su un paesaggio fermo, come congelato in un’epoca prima della storia scritta.
Il sito custodisce le tracce di un villaggio protostorico dell’età del bronzo antico, frequentato tra il III e il II millennio a.C. Qui gli uomini non costruivano con mattoni o cemento, ma scavavano nella pietra, adattavano la roccia lavica alle proprie necessità, lasciando cicatrici che sono diventate architettura. Le capanne rupestri si dispongono a semicerchio, protette da balze e terrazzamenti, con ingressi bassi, volte irregolari, nicchie scolpite a mano. Sono ambienti asciutti, erosi dal tempo, ma ancora leggibili nella loro logica funzionale.
Drafinà non è un luogo di grandi scoperte, ma di piccole rivelazioni. Ogni anfratto, ogni sporgenza può raccontare qualcosa. Le abitazioni sono spesso affiancate da cisterne, canali di drenaggio, pietre forate per legare gli animali o sostenere i tetti. Tutto è essenziale, ma pensato. È un’architettura povera solo in apparenza: in realtà è l’adattamento perfetto al paesaggio lavico, un esempio di sinergia profonda tra uomo e ambiente.
Il terreno è nero, poroso, disseminato di schegge vetrose. Intorno, i fichi d’India crescono senza ordine, e la vegetazione si arrampica sui muretti a secco. In lontananza, si intravedono i campanili di Randazzo e i filari bassi dei vigneti. Ma qui, in alto, tutto è ancora preistorico. Il silenzio è spesso interrotto solo dal volo di una poiana o dallo scroscio improvviso di vento tra le balze. Non c’è nulla di turistico, nulla di restaurato: Drafinà non è uno spettacolo, è una sorgente lenta di memoria.
Gli scavi condotti negli anni Ottanta hanno restituito frammenti ceramici, selci, ossidiane, elementi di macinazione. Tutti reperti conservati oggi nel Museo Vagliasindi di Randazzo. Ma il vero museo è il paesaggio. Camminare tra le capanne rupestri significa compiere un gesto di immersione: abbassarsi per entrare, toccare la pietra, osservare come la luce filtra attraverso fori e fessure che un tempo servivano a vivere. In quel momento, si è non turisti ma continuatori di un gesto antico.
Secondo gli archeologi, Drafinà era un villaggio stanziale ma aperto, forse legato a una forma di pastorizia estensiva o a piccoli scambi con altri insediamenti delle valli limitrofe. La sua posizione, protetta e dominante, lo rendeva ideale per osservare, difendersi, organizzare il territorio. Non un centro urbano, ma un nodo di relazioni lente, come si conviene a un mondo dove lo spazio si misurava in giorni di cammino.
Oggi il sito sopravvive grazie alla tenacia di qualche studioso e all’interesse di pochi appassionati di archeologia minore. Nessuna recinzione, nessun cartello, nessuna barriera. Solo la pietra che racconta e l’occhio che sa leggere. È questa la Sicilia che resiste sotto le frane, le stagioni, l’erba alta. Quella che non si mostra, ma si rivela a chi ha tempo e rispetto.
Drafinà è il punto di arrivo ideale per un viaggio tra i luoghi dimenticati. È l’inizio della storia. Non quella scritta nei libri, ma quella vissuta dalle mani che hanno scolpito, cucinato, dormito, vegliato in queste pietre. È un villaggio senza tempo, che non chiede di essere celebrato, ma ascoltato.

