Per una volta i tavoli istituzionali non si sono limitati alla liturgia delle buone intenzioni. A Palermo, su impulso dell’assessore regionale alle Attività produttive Edy Tamajo, si è riunito un tavolo tecnico che ha messo in fila impegni chiari sulla crisi della zona industriale di Caltagirone, cuore produttivo di un territorio che da decenni intreccia manifattura, saper fare artigiano e identità sociale. Attorno a quel tavolo c’erano i rappresentanti della Regione, i commissari degli enti preposti, il sindaco Fabio Roccuzzo, una delegazione di imprese — molte di area ceramica — e, soprattutto, il Vescovo di Caltagirone, Mons. Calogero Peri, la cui presenza ha dato alla vertenza un respiro più ampio, civile prima ancora che economico.
I punti fissati in chiusura di riunione, per una vicenda che dura da anni, somigliano a un cambio di passo. È stato riconosciuto il carattere “specifico” del caso Caltagirone, cioè l’impossibilità di trattarlo come uno dei tanti dossier immobiliari dei consorzi in liquidazione: qui si parla di capannoni e terreni che non sono semplici asset, ma luoghi di lavoro e di comunità. È stato assunto l’impegno per un blocco temporaneo delle procedure esecutive, il tempo necessario a riordinare i contenziosi e a evitare che pignoramenti e aste brucino valore industriale oltre che economico. È stata condivisa l’esigenza di perizie eque, cioè valutazioni immobiliari aderenti alla realtà e non a tabelle astratte, perché una stima sbagliata, in un’area di mercato fragile, può diventare una condanna. Infine, alle imprese è stato chiesto di formalizzare una proposta condivisa, costruita sulle indicazioni emerse al tavolo: un documento unitario su cui la Regione possa lavorare, anche in sede legislativa.
Il sindaco Roccuzzo, in questa cornice, ha messo sul tavolo la necessità di una norma specifica in Finanziaria: una disposizione che consenta di regolarizzare la posizione delle aziende e, di fatto, scongiurare la dismissione dell’intero comparto. Una scelta politica prima ancora che tecnica, perché significa decidere se la zona industriale — e con essa un pezzo di economia reale — debba essere accompagnata fuori dalla crisi o lasciata scivolare in un diritto esecutivo che non guarda in faccia nessuno. Dal canto suo, l’assessore Tamajo ha assicurato l’impegno del governo regionale a sostenere il tessuto produttivo locale, impegno rilanciato dal commissario liquidatore dei consorzi ASI, Salvo Nicotra. È un passaggio non secondario: i consorzi in liquidazione non sono solo burocrazia, sono la memoria — e in parte la responsabilità — di scelte sbagliate, ritardi, intrecci normativi che hanno messo le imprese con le spalle al muro.
Dentro questo perimetro istituzionale, la voce del Vescovo Peri ha svolto la funzione che la Chiesa calatina si è assunta in questi mesi: cucire, convocare, tenere accesi i riflettori. «Essere stati ascoltati, vedere seduti attorno allo stesso tavolo soggetti istituzionali diversi, è già un primo segnale concreto», ha detto. E ancora: «Salvaguardare aziende e posti di lavoro significa garantire futuro e dignità al territorio». Parole che riportano la discussione sul piano giusto: la vertenza non è uno scontro di carte e timbri, ma la difesa di un sistema che dà reddito, presidio sociale, identità culturale. Non è retorica: nel Calatino, il comparto ceramico non è un brand da brochure, è un intreccio di laboratori, piccole industrie, scuole, filiere logistiche, professionalità che vanno dall’argilla ai forni, dal design alla vendita. Ogni capannone è una storia, ogni lotto un pezzo di paesaggio produttivo.
Il nodo delle valutazioni immobiliari e delle esecuzioni è, tecnicamente, il più insidioso. Perizie fuori mercato o basate su parametri non aggiornati producono effetti perversi: crediti che non rientrano, immobili che restano invenduti, aste deserte, deprezzamenti a catena. Nel frattempo, le aziende si vedono sottrarre gli spazi in cui lavorano o sono costrette a fermarsi nell’incertezza. La moratoria temporanea serve a interrompere questa spirale, ma ha senso solo se accompagnata da un lavoro puntuale: fotografie aggiornate del mercato, criteri di stima condivisi, una cornice giuridica che consenta di chiudere i contenziosi in modo sostenibile. È qui che la proposta unitaria delle imprese diventa decisiva: chiedere “soluzioni” non basta, bisogna indicare come farle, con quali tempi, con quali garanzie reciproche.
C’è poi il tema, tutto politico, della “legalità che accompagna e non ostacola”, formula con cui Mons. Peri ha chiuso il suo intervento: «Il tempo dell’attesa è finito: è il momento della responsabilità, della legalità che accompagna e non ostacola, del lavoro che costruisce futuro». Non significa chiedere sconti alle regole, ma regole che considerino l’interesse generale. Una liquidazione cieca, che punta solo a chiudere il bilancio di un ente, può fare danni collettivi irreparabili. Una norma ben scritta, che tenga insieme diritto dei creditori e continuità produttiva, può invece generare valore: recupero graduale dei crediti, salvaguardia dei posti, attrazione di investimenti, stabilizzazione degli insediamenti. È l’idea di un patto territoriale che usa la legge come strumento e non come macigno.
L’urgenza, del resto, non è più rinviabile. Ogni mese perso, in aree industriali già provate da costi energetici, carenze infrastrutturali e volatilità dei mercati, erode margini e motivazioni. Le aziende ceramiche — e non solo — hanno retto anni di contrazione e shock esterni con l’elasticità di chi ha imparato a fare molto con poco, ma ora chiedono cornici certe: canoni sostenibili, titoli definitivi, tempi ragionevoli per le regolarizzazioni, un perimetro urbanistico chiaro che consenta di investire in efficienza energetica, digitalizzazione, sostenibilità ambientale. La transizione ecologica, se non diventa sfida praticabile, rischia di restare slogan. La crisi delle aree industriali siciliane — non solo Caltagirone — lo racconta da tempo: quando logistica, energia e regole non funzionano, le imprese competono con piombi alle caviglie.
In questo quadro, l’apertura manifestata a Palermo apre una finestra di opportunità concreta. La norma in Finanziaria proposta dal sindaco, se costruita con attenzione, potrebbe prevedere strumenti di definizione agevolata dei rapporti pendenti, criteri di ricalcolo dei valori, percorsi di cessione o riscatto calibrati sul profilo finanziario reale delle imprese, clausole di salvaguardia per il mantenimento dell’attività. L’obiettivo non è “salvare” a prescindere, ma distinguere tra chi può e vuole stare sul mercato, e ha bisogno di regole chiare per farlo, e chi usa la crisi per scaricare sulla comunità scelte imprenditoriali sbagliate. Anche questa è legalità che accompagna: premiare comportamenti virtuosi, chiedere impegni verificabili, garantire trasparenza.
Il ruolo della Diocesi — con l’Ufficio per le Comunicazioni sociali che ha annunciato un monitoraggio continuo e un confronto trasparente — è un valore aggiunto non scontato. In territori in cui la sfiducia è un riflesso condizionato, la presenza di un attore civico credibile può fare da cerniera tra istituzioni e imprese, accompagnare i passaggi più delicati, dare voce a chi spesso resta fuori dalle stanze: lavoratori, famiglie, giovani che devono decidere se restare o partire. La parola “dignità”, usata dal Vescovo, non è un orpello: è la misura con cui giudicare le scelte pubbliche. Difendere un distretto significa difendere la dignità del lavoro, ma anche quella di una comunità che vuole riconoscersi nel proprio sistema produttivo, e non solo subirlo.
La giornata di Palermo, insomma, non chiude la vertenza: la comincia davvero. Ora servono tempi rapidi e testi scritti bene. Serve che la moratoria sia formalizzata e non resti promessa. Servono perizie che dicano la verità, non quello che conviene dire. Serve soprattutto la famosa proposta unitaria delle imprese: un documento netto, condiviso, che dica cosa chiedono e cosa offrono in cambio, con quali garanzie e quali scadenze. Solo così la politica potrà assumersi responsabilmente il rischio di decidere, e la macchina amministrativa potrà tradurre in atti ciò che altrimenti resterà nell’alveo delle dichiarazioni.
Caltagirone, con la sua zona industriale, non chiede scorciatoie: chiede che le si riconosca la specificità di un sistema che tiene insieme manifattura e storia, lavoro e paesaggio, tecnica e cultura. Se questo tavolo segnerà davvero l’inizio di una soluzione, lo diranno i prossimi mesi. Per ora, la notizia è che l’appello di Mons. Peri è stato ascoltato — e non solo applaudito — e che la Regione ha messo la faccia su impegni concreti. In tempi di sfiducia, non è poco. Ma perché diventi abbastanza, bisogna che quelle parole si trasformino in atti, e quegli atti in porte aperte, luci accese, forni che riprendono a cuocere, camion che tornano a entrare e uscire dai cancelli. È l’unico linguaggio che un distretto capisce davvero.



