Nel calendario dell’autunno siciliano c’è una data da cerchiare in rosso doppio: sabato 11 e domenica 12 ottobre, quando il Gruppo FAI Giarre Riposto solleverà per la prima volta il velo su Villa Grifunera a Santa Venerina. Non è solo un’apertura straordinaria in occasione delle Giornate FAI d’Autunno; è l’invito a entrare in un racconto che intreccia architettura e letteratura, botanica e memoria, miti antichi e modernità, con la sobria eleganza di un luogo che ha attraversato il Novecento conservando il proprio segreto.
Villa Grifunera è un episodio raro di Art Déco nel territorio ionico-etneo. Lo si avverte a partire dal prospetto, dove il ferro battuto disegna volute e geometrie che dialogano con la pietra e con la luce; lo si ritrova nella terrazza liberty affacciata sul giardino all’italiana, un affaccio pensato non soltanto per vedere, ma per mettere in scena la vista. L’eclettismo non è qui una parola di maniera: è la cifra che tiene insieme stile e simboli, il gusto per l’esotico che filtra nel rigore delle linee, il bisogno di racconto che abita ogni dettaglio, dagli infissi alle ringhiere, dai pavimenti ai corpi illuminanti. L’Esposizione Universale di Parigi del 1925 — l’atto che consacrò il Déco — sembra riflettersi in controluce sulle superfici della villa, come una promessa mantenuta in periferia: non periferia del valore, ma della mappa, là dove lo stile diventa esperienza del paesaggio.
Attorno alla casa si allarga il vigneto, la vera chiave per comprendere il genius loci. Non è un generico fondale agricolo: fu proprio qui che Giovanni Verga ambientò “Nedda”, la novella che conserva nel suo tessuto narrativo la voce della campagna e dei suoi gesti. Camminare tra i filari significa ascoltare quel timbro, riconoscere nelle forme dell’uva e nei muretti a secco il passo di una Sicilia contadina che ha saputo trasformarsi senza smarrire sé stessa. Per questo il percorso di visita — sette tappe pensate come capitoli — non si accontenta di condurre dentro stanze e corridoi: invita a una piccola archeologia del quotidiano, con un museo di oggetti d’epoca e curiosità che raccontano i riti domestici, un presepe settecentesco che restituisce la mano degli artigiani, e poi il labirinto, citazione colta che rievoca miti mediterranei e verticalità gotiche, come se l’Etna e le cattedrali del Nord potessero parlarsi in un giardino.
L’esperienza sarà accompagnata da ciceroni d’eccezione: gli studenti dell’Istituto “Michele Amari” di Giarre, che per due giorni vestiranno i panni delle guide, mettendo in campo entusiasmo e studio, con quella duttilità che è il primo capitale di un territorio giovane. È una scelta coerente con lo spirito del FAI: aprire significa anche educare a guardare. Il Gruppo di Giarre Riposto ha voluto includere sin dall’inizio l’accessibilità, garantendo la presenza di un’interprete LIS per i visitatori sordi; dettaglio che non è un’aggiunta, ma un’idea precisa di patrimonio come bene condiviso, fruibile, contemporaneo.
A tessere un ulteriore filo narrativo, durante le visite, sarà la voce di un sommelier: Orazio Di Maria, referente AIS per la guida Vitae in Sicilia, chiamato a raccontare i vitigni del territorio e le storie che li accompagnano. È il punto in cui la cultura materiale incontra il gusto: la vigna non è solo geografia, è vocazione; e nel bicchiere si riconoscono suoli, venti, esposizioni, scelte. La villa diventa così un osservatorio privilegiato sulla viticoltura etnea, capace di restituire — tra un dettaglio architettonico e un aneddoto — la filigrana di un’economia agricola che fa identità.
Non mancheranno sorprese, persino insolite per una dimora storica. Tra le pieghe del racconto affioreranno aneddoti sull’allevamento di razze canine rare, come i Rhodesian Ridgeback e i Lhasa Apso: un tassello che apre finestre su gusti, mode e reti di relazioni di chi qui ha abitato, e che ben restituisce il carattere cosmopolita e curioso di un’epoca capace di tenere insieme Africa e Himalaya sul tappeto di una casa siciliana. È anche in questi dettagli che l’eclettismo smette di essere categoria accademica e diventa vita vissuta.
L’apertura di Villa Grifunera è, nelle parole del capogruppo FAI Giada Patanè, un omaggio a un territorio che il gruppo giarrese ha voluto includere nel proprio raggio d’azione e, al tempo stesso, una dichiarazione di poetica: celebrare il centenario dell’Esposizione di Parigi non con un convegno, ma spalancando una porta; non con un ricordo, ma con un’esperienza. La villa, spiega, è un tassello prezioso del Déco ionico-etneo, un luogo che parla con naturalezza di “Verismo verghiano” e di modernità, di grifoni e di guardiani del Buddha, di Palermo e di mondi lontani. Alcune storie — promette — saranno svelate soltanto ai visitatori: ed è giusto così, perché la sorpresa è parte dell’educazione allo sguardo.
Chi vorrà scoprire Villa Grifunera potrà farlo nell’arco del weekend, attraversando un itinerario che unisce il dentro e il fuori, la casa e il giardino, il dettaglio e l’insieme. Il giardino all’italiana, con le sue geometrie, racconta l’idea di un ordine che non è rigido ma ospitale, capace di ospitare, accanto alla tassonomia delle siepi, l’imprevisto di un labirinto pensato per perdersi un po’ e ritrovarsi. La terrazza liberty, invece, è il punto da cui misurare la profondità del paesaggio: la colata verde dei filari, il taglio della costa ionica quando l’aria è pulita, l’arco dell’Etna che sigilla l’orizzonte.
Nel tessuto delle Giornate FAI, l’apertura di un sito “inedito” come questo ha una valenza ulteriore. Ricorda che il patrimonio non è fatto soltanto di luoghi celebrati, ma anche — e spesso soprattutto — di case, giardini, laboratori, architetture che hanno vissuto lontano dai riflettori e che meritano di essere raccontate, studiate, curate. Villa Grifunera entra così in una mappa più ampia, quella di una Sicilia che vuole conoscere sé stessa con più precisione, senza indulgere nel cliché, e che attraverso il FAI trova una grammatica comune: rigore dell’approccio, cura della mediazione, attenzione all’accessibilità, coinvolgimento delle scuole, rete con le professionalità del territorio.
Chi uscirà dai cancelli, la sera, porterà con sé qualcosa di più di una visita ben riuscita. Avrà visto un Déco siciliano senza nostalgie, un giardino che parla molte lingue, un vigneto che ha ospitato le pagine di Verga, una comunità di studenti che ha scelto di essere parte in causa, un’istituzione che prova a fare del patrimonio un fatto civile. E avrà, forse, il desiderio di tornare: perché certe case, quando le scopri, non si esauriscono in un giorno.
L’appuntamento è a Santa Venerina, l’11 e il 12 ottobre. Villa Grifunera aprirà le sue stanze e i suoi sentieri a chi vorrà ascoltare. Il resto — come sempre — lo farà la luce. E la capacità, tutta siciliana, di trasformare una visita in una storia da raccontare.



