Ci sono strutture che sembrano maledette. Edifici che, prima ancora di essere completati, portano addosso la forma di un fallimento. Il PalaNesima è uno di questi: palazzetto dello sport mai veramente nato, simbolo di una città che da decenni promette futuro a suon di cemento e poi sprofonda nel silenzio.
Inaugurato nel 1990 — sì, oltre trent’anni fa — non ha mai ospitato ciò per cui fu progettato. Non una partita. Non un concerto. Solo attese, degrado, incursioni notturne, scritte sui muri e ruggine che si fa architettura. Una cattedrale nel deserto, piantata nel quartiere Nesima come un monito urbano alla persistenza dello spreco.
Oggi, a distanza di una generazione intera, si torna a parlare della sua rinascita. Il Comune annuncia fondi. Si parla di completamento, di rilancio, di sport e cittadinanza. Ma le parole, a Catania, si sono fatte leggere.
Chi conosce la storia del PalaNesima sa che ogni promessa è già un’eco, e che le ruspe servono spesso più ai titoli di giornale che ai cantieri veri.
Il punto non è solo se il PalaNesima riaprirà. Il punto è per chi.
Perché riqualificare una struttura, in un quartiere che da anni convive con l’abbandono, non è un gesto tecnico: è una scelta politica. Se il palazzetto diventerà un tempio per eventi privati, gestito da società esterne, con ingressi esclusivi e programmazioni occasionali, allora avremo solo cambiato la forma del vuoto.
Ma se, al contrario, diventerà un presidio di sport popolare, uno spazio per le scuole, per i ragazzi, per le periferie che non hanno nulla — allora sì, qualcosa può accadere. Ma questo non lo dirà l’intonaco, né il nuovo impianto elettrico. Lo dirà la programmazione. Lo dirà la governance. Lo dirà chi entra e chi resta fuori.
Catania non ha bisogno di monumenti ristrutturati. Ne ha già troppi. Ha bisogno di spazi vivi, vissuti, accessibili, inseriti in una rete sociale concreta. Il rischio, altrimenti, è l’ennesima operazione-vetrina: un’inaugurazione in grande stile, un po’ di folklore, qualche sportivo da esposizione e poi il buio. Di nuovo.
Nesima non chiede miracoli. Chiede coerenza. Se il PalaNesima rinascerà solo per ospitare campionati di cartello, ma continuerà a ignorare i ragazzi che giocano a pallone tra le aiuole, allora sarà un’altra occasione mancata.
La vera sfida non è costruire, ma restituire senso a ciò che è già stato costruito e dimenticato.
Non servono altri metri cubi. Serve una visione.
E forse sarebbe giusto, prima di tagliare un nastro, camminare per le strade attorno al palazzetto. Guardare negli occhi chi abita lì. Capire cosa manca. Solo così quel mostro di cemento potrà smettere di essere un simbolo del disastro, e iniziare — davvero — a far parte di una città che vuole ricominciare a respirare.

