A Catania, il marciapiede è una promessa non sempre mantenuta.
In teoria dovrebbe essere quel tratto di città dedicato al passo umano, alla camminata tranquilla, alla spinta del passeggino, alla mano di un anziano che cerca equilibrio. In teoria.
In pratica, il marciapiede catanese è un territorio in cui vige la legge del caso.
Può capitare che sia troppo stretto per passarci in due, oppure così largo da diventare un parcheggio di motorini. Può cominciare regolare e finire in una gradinata imprevista, senza scivolo né segnaletica. Può ospitare un palo nel mezzo, una buca, un albero troppo cresciuto, un’aiuola rinsecchita. O una sedia, di quelle di plastica, piazzata lì da qualcuno che da anni ha deciso che il marciapiede, dopotutto, è il suo salotto.
Nei quartieri più nuovi, la geometria ha la meglio sull’anarchia. Ma nei rioni centrali o popolari — da San Berillo a Picanello, da Nesima a Monte Po — camminare resta un esercizio da equilibristi. E non di rado si è costretti a scendere in strada, tra le auto, perché il marciapiede è occupato da un bidone, un’auto in sosta creativa, un cantiere che nessuno ha segnalato.
In questo panorama, chi ha disabilità motorie o accompagna bambini piccoli vive una forma di esclusione silenziosa, quotidiana.
Non plateale, non urlata. Ma tanto più grave quanto più accettata.
Perché nessuno dice nulla. Perché ci si abitua. Perché “è sempre stato così”.
Eppure, se ci pensi, il marciapiede è la misura più visibile del rispetto urbano.
Non servono progetti faraonici o fondi europei per sistemare una discesa troppo inclinata, un gradino da eliminare, una pavimentazione sfondata. Servirebbe solo un’amministrazione che cammina la città, prima ancora di amministrarla. Che la guarda da un metro e sessanta, non da una scrivania.
E servirebbero cittadini meno indifferenti. Non quelli che gridano allo scandalo in diretta social, ma quelli che segnalano, insistono, documentano.
Perché l’indifferenza è il vero buco più profondo su cui inciampiamo tutti i giorni.
Non è solo una questione di decoro. È una questione di gerarchie invisibili.
Chi può guidare, si muove. Chi può correre, corre.
Chi ha bisogno di camminare piano, spesso deve chiedere scusa per farlo.
Allora sì, un buon marciapiede può sembrare un dettaglio. Ma è da lì che si capisce se una città è fatta anche per chi non ha fretta, per chi non può correre, per chi cammina senza fare rumore.
E finché quel passo resta il più difficile, forse non è solo una questione di urbanistica.
Forse è un’idea di città che andrebbe rifondata, partendo dal basso.
Dal marciapiede, appunto.

