A Catania c’è un profumo che mette d’accordo mercato e trattorie: quello delle sarde appena fritte, ripiene “alla catanese”, servite calde con una spruzzata di limone. È un piatto che racconta la città con sincerità: materia prima umile, tecnica precisa, risultato luminoso. Qui il beccafico è diverso da quello, pur celebre, palermitano. A Catania le sarde si accoppiano “a libro”, due alla volta, racchiudendo un ripieno più saporito che dolce; spesso compare il formaggio — pecorino o caciocavallo — insieme a pangrattato tostato, aglio, prezzemolo e un filo d’olio buono. Niente uvetta e pinoli in primo piano, niente teglia al forno: la cottura è in frittura, breve e asciutta, per un morso croccante fuori e succoso dentro. Il carattere è marinaro, diretto, con quel tocco vegetale dell’erba fresca che pulisce il gusto e lascia il pesce protagonista.
Il rito inizia alla Pescheria, dietro Piazza Duomo, dove le sarde si scelgono per lucentezza e consistenza. I venditori le aprono con gesti sicuri, le ripuliscono dalle spine, e ti insegnano a riconoscere la carne soda: è il primo segreto del piatto. In cucina si prepara il ripieno come si fa nelle case: pane grattugiato tostato in padella con un velo d’olio, aglio tritato finissimo, prezzemolo fresco, pepe quanto basta e una manciata di formaggio che dia corpo senza coprire. Si adagiano due sarde, si farciscono con moderazione — in Sicilia l’abbondanza è generosità, ma nel beccafico l’equilibrio è tutto — si chiudono a coppia e si passano in una leggera panatura. L’olio deve essere caldo e pulito; pochi minuti per lato, finché la superficie prende colore e il ripieno si assesta. Appena scolate, una goccia di limone le rende fragranti e invoglianti, perfette da condividere.
La differenza con la scuola palermitana, che predilige l’involtino arrotolato con note dolci-salate e la cottura al forno, non è una curiosità folcloristica: è il segno di due porti e due memorie diverse, entrambe autentiche. A Catania il mare Ionio detta una cucina più scattante, attenta alla freschezza e al taglio; il formaggio nel ripieno e la frittura rapida restituiscono un profilo netto, quasi da street food elegante, che si incontra facilmente tra Ognina, San Giovanni Li Cuti e, poco oltre, ad Aci Trezza. Capita di trovare in carta entrambe le versioni: se vuoi l’esperienza davvero locale, chiedi espressamente “alla catanese”. Il personale lo capirà al volo e ti porterà le sarde a coppia, dorate e profumate.
Per i viaggiatori, qualche dritta pratica vale oro. Il momento migliore per assaggiarle è a pranzo, quando il mercato ha appena dettato il menù del giorno e l’olio della friggitrice è in forma. In molti locali compaiono sia come antipasto sia come secondo: due o tre coppie bastano per una sosta leggera; per una cena più “catanese”, abbinale a un’insalata di finocchi e arance o a una caponata poco zuccherata, così da mantenere il bilanciamento sul versante fresco. Nel calice, un Etna Bianco DOC a base Carricante è l’abbinamento naturale: acidità e mineralità vulcanica ripuliscono il palato dalla frittura e lasciano il passo all’iodio della sarda. Anche un Etna Rosato sa accompagnare senza coprire; per chi preferisce la birra, una chiara artigianale isolana, servita fredda ma non gelata, fa un lavoro impeccabile.
Catania ama raccontarsi senza eccessi, e le sarde a beccafico lo dimostrano. È un piatto che vive di piccoli gesti corretti: panatura sottile, olio alla temperatura giusta, riposo brevissimo prima del servizio. Anche la sostenibilità entra in scena con naturalezza: chiedere provenienza e periodo di pesca, preferire porzioni misurate, scegliere chi lavora il pescato del giorno sono attenzioni che fanno bene al mare e alla qualità nel piatto. È un dialogo semplice, spesso accompagnato da un sorriso, che arricchisce l’esperienza quanto il sapore stesso.
Quando, a fine pasto, rimane sul tavolo quel profumo lieve di limone e prezzemolo, ci si accorge che le sarde a beccafico alla catanese hanno compiuto la loro magia: hanno unito il ritmo del mercato alla cura della cucina di casa, hanno dato voce alla città con un boccone chiaro e memorabile. È il tipo di ricordo che torna a distanza di mesi, come il colore della lava al tramonto o la vista dell’Etna in controluce: un invito garbato a rientrare, e a ordinare “quelle sarde, alla catanese, per favore”.

