C’è un tempo, ogni anno, in cui Catania si traveste. Il centro si riempie di mantelli, ali, spade, parrucche, lenti a contatto rosso fuoco. Ragazzi e ragazze — ma anche famiglie intere, impiegati in pausa pranzo, cinquantenni in coda davanti ai padiglioni — diventano qualcos’altro.
Supereroi, personaggi manga, creature uscite da videogiochi. È Etna Comics. E per una settimana, la città sembra indossare un’altra identità.
Numeri in crescita, file chilometriche, ospiti internazionali, padiglioni affollati come aeroporti: sulla carta, un successo. Uno degli eventi più importanti del Sud Italia, capace di attirare flussi turistici, indotto commerciale, visibilità mediatica.
Eppure — come spesso accade a Catania — il successo non basta a costruire una narrazione condivisa.
Perché sotto il costume da festa, sotto le foto di gruppo e i cosplay impeccabili, resta una domanda sospesa:
quanto pesa davvero questa cultura pop che celebriamo con tanto entusiasmo?
È solo una macchina di intrattenimento o può diventare — sul serio — una leva culturale urbana?
La verità è che Etna Comics non è solo un evento, ma uno specchio. E quello che riflette non sempre è comodo da guardare. Riflette una generazione che cerca appartenenza in mondi paralleli, perché quello reale spesso esclude. Riflette una città che non sa più raccontarsi attraverso la propria storia, e allora cerca nuovi miti, nuovi linguaggi, nuovi riferimenti.
Ma riflette anche un sistema culturale locale che, troppo spesso, vive di grandi eventi e dimentica l’ordinarietà.
Teatri che chiudono, spazi culturali lasciati a se stessi, periferie senza presìdi, scuole senza fondi per laboratori artistici.
E allora sì, Etna Comics riempie un vuoto. Ma lo fa come una festa che arriva senza invito e se ne va senza lasciare eredità.
Perché non basta portare migliaia di persone nei padiglioni.
Bisogna chiedersi: cosa succede dopo?
Cosa resta nei quartieri?
Quali legami si costruiscono?
Quale idea di cittadinanza si rafforza?
La cultura pop può essere uno strumento potente: non è “minore” per definizione, e non è inferiore alla “grande cultura”. Ma ha bisogno di essere integrata in un progetto. Deve dialogare con le biblioteche, con le scuole, con le periferie. Deve uscire dai padiglioni e diventare parte viva del tessuto urbano.
Altrimenti resta una fiera. Una parata. Una grande illusione colorata.
E forse è questo che manca a Catania: una visione che trasformi l’entusiasmo temporaneo in infrastruttura culturale permanente.
Etna Comics funziona. Ma non basta funzionare. Bisogna incidere.
Bisogna chiedersi, in fondo, se queste maschere che indossiamo ogni anno servono a giocare…
…o a nascondere un vuoto che non vogliamo affrontare davvero.



