La città è vestita a festa. Palchi montati in piazze antiche, luci proiettate su facciate barocche, locandine patinate in ogni angolo: Catania si mette in scena per l’estate, e lo fa con tutto il peso della sua ambizione istituzionale. Si chiama Catania Summer Fest, e sulla carta è un trionfo. Oltre duecento eventi, tra musica, teatro, danza, cinema, letteratura. Dalla Playa ai quartieri popolari, dal centro storico ai cortili delle periferie. Arte ovunque. Cultura per tutti.
O almeno, così si dice.
Perché a guardarla con occhio meno innamorato, questa estate culturale così ben confezionata somiglia molto a una grande festa di superficie, dove la cultura rischia di ridursi a coreografia, e il cittadino a spettatore passivo di una città che si autocelebra senza interrogarsi.
C’è qualcosa, in questa lunga sequenza di eventi, che sa più di operazione cosmetica che di politica culturale. L’amministrazione comunale annuncia un’estate “inclusiva”, “diffusa”, “partecipata”. Ma a ben vedere, ciò che si diffonde è un modello festivaliero che accumula eventi, ma non costruisce legami. Che invita, ma non coinvolge. Che porta nomi altisonanti su palchi effimeri, senza mai chiedersi cosa resta il giorno dopo, quando le luci si spengono e le sedie si ritirano.
Perché la vera domanda non è quante iniziative si organizzano, ma quale idea di cultura si coltiva. E se la cultura è solo spettacolo, solo evento, solo calendario — allora tutto evapora nella notte.
Che cosa resta a Librino, dopo un concerto? Che cosa resta a San Berillo, dopo una proiezione? Che relazioni nascono da un monologo recitato a Villa Bellini davanti a duecento sconosciuti?
La cultura è trasformazione, non intrattenimento. E trasformare significa investire nelle strutture, nei linguaggi, nei processi. Non basta portare un’orchestra in una piazza periferica se la settimana dopo quella stessa piazza torna ad essere un vuoto di servizi, presidi, relazioni.
Eppure, non si tratta di disprezzare ciò che accade. Molti spettacoli sono validi, molti artisti degni, molti luoghi riaccesi con intelligenza. Ma il punto è l’orizzonte. Se manca un progetto culturale continuativo, se tutto è affidato al calendario estivo come se fosse un vaccino una tantum contro il degrado, allora il rischio è quello della retorica.
Catania non ha bisogno solo di eventi. Ha bisogno di centri culturali permanenti, di presidi civili nelle periferie, di progetti artistici che restino anche quando i fondi del Comune finiscono. Ha bisogno di una cultura che sia corpo vivo della città, non passerella per titoli sui giornali.
Perché una città che si limita a fare rumore d’estate è una città che tace tutto l’anno.
E forse è proprio questo che ci si dovrebbe chiedere, prima di celebrare l’ennesimo cartellone:
la cultura che distribuiamo come fosse acqua minerale — fresca, frizzante, stagionale —
sta davvero dissetando il tessuto urbano o lo sta semplicemente imbellettando?



