È la beffa più crudele per un agricoltore in una terra assetata dalla siccità: l’acqua c’è, ma non arriva. Le paratie del Consorzio di bonifica 9 si sono aperte a inizio mese, ma per il 60% degli agricoltori della Piana di Catania i campi restano a secco. L’acqua, immessa nel canale principale, si disperde lungo una condotta vecchia di 60 anni, fatiscente e piena di falle, senza mai raggiungere le coltivazioni. È l’allarme, durissimo, lanciato da Confagricoltura Catania.
“Lo ribadiamo da anni, la condotta è un colabrodo”, denuncia il presidente di Confagricoltura Catania, Giosué Arcoria. “Quotidianamente è una corsa contro il tempo. Gli operai del Consorzio riparano un guasto, ma subito se ne ripresenta un altro”. Una lotta impari, che lascia a secco un’area vastissima tra le province di Catania ed Enna, che include i comuni di Paternò, Belpasso, Motta Sant’Anastasia, Ramacca, Centuripe e Catenanuova.
La situazione più drammatica, spiega Arcoria, è quella dei fondi di “quota 150”, dove l’acqua deve arrivare tramite sollevamento. “Nonostante l’attivazione dei motori di contrada Tanazzi, nessuno ha ricevuto una goccia d’acqua in queste zone”.
Una situazione che rischia di vanificare gli sforzi del governo regionale. Confagricoltura, infatti, riconosce l’importante lavoro svolto dall’assessore all’Agricoltura, Salvatore Barbagallo, per fronteggiare la crisi idrica a livello regionale. “Ma questo non attenua il disastro per noi agricoltori se l’acqua non si riesce a portare fino ai fondi agricoli”, continua Arcoria. “È necessario investire con importanti risorse per rifare tutta la rete di distribuzione”.
L’appello di Confagricoltura è quindi duplice e urgente. Da un lato, servono investimenti massicci e non più rinviabili per ricostruire una rete idrica che ha ormai 60 anni. Dall’altro, è indispensabile accelerare sulla tanto attesa riforma dei Consorzi di Bonifica, per renderli più efficienti e moderni.
Nel frattempo, gli agricoltori restano “sconfortati”, costretti a guardare un’acqua che scorre a vuoto, simbolo di un’abbondanza che si trasforma in spreco e di un’agricoltura che rischia di morire di sete, non per mancanza d’acqua, ma per l’incapacità di farla arrivare dove serve.

