Mafia. A Paternò in manette la famiglia Rapisarda

I carabinieri di Catania hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro persone, i Rapisarda, un intero nucleo familiare. I tre, due figli e la madre, sono gravemente indiziati di concorso in estorsione aggravata anche dal ‘metodo mafioso’.

L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia etnea e condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Paternò, durata da febbraio a maggio di quest’anno. Ha fatto emergere una estorsione aggravata. Condotta con minacce derivanti dall’appartenenza al clan mafioso del padre. Giovanni Rapisarda, 64 anni, inteso ‘Sanduneddu’, pregiudicato appartenente alla famiglia di cosa nostra etnea ‘Santapaola Ercolano’ e detenuto all’ergastolo per un omicidio di un noto imprenditore catanese commesso nel 1993.

L’estorsione, spiegano gli investigatori, sarebbe stata operata ‘attraverso’ i suoi figli, Giuseppe, con precedenti per droga, e Valerio, nonché sua moglie Santa Carmela Corso. Il 64enne, sebbene detenuto, avrebbe impartito le disposizioni dal carcere attraverso i colloqui con i suoi familiari. Giovanni Rapisarda dal carcere inviava anche lettere dal tono intimidatorio indirizzate alla vittima, gestore di una ditta di Belpasso. La ditta opera nel settore dell’estrazione e lavorazione di pietra lavica. L’imprenditore ha pagato, sin dal 2012, una cifra complessiva di 1.700.000 euro. Le indagini hanno permesso di individuare anche frequenti visite dei fratelli dell’uomo nella sede della ditta della vittima.

Le indagini sui Rapisarda

La successiva attività investigativa, svolta anche attraverso l’installazione di telecamere all’interno dell’azienda, ha permesso di ritenere che l’ergastolano, sebbene recluso, richiedesse attraverso i figli e la moglie il versamento di ingenti somme di denaro. La vittima, a seguito dell’acquisizione di un ramo dell’azienda, già di proprietà di altri componenti della famiglia Rapisarda, pur avendo già consegnato 700mila euro negli ultimi 10 anni per crediti illecitamente vantati di 1.000.000 di euro, ricevette un’ulteriore richiesta estorsiva di 700mila euro. Da pagare in 5 anni attraverso il pagamento di una somma tra i 1.500 e 3.000 euro settimanali o, in alternativa, la cessione della ditta.

I Carabinieri di Paternò, per impedire che il reato si potesse portare a conseguenze ulteriori, hanno arrestato nei giorni scorsi Giuseppe Rapisarda e la madre Santa Carmela Corso. I due, dopo essersi recati presso la sede della ditta di Belpasso, avevano ricevuto dalla vittima una busta contenente 2mila euro, quale rata della richiesta estorsiva.

Nel corso di uno degli ultimi incontri, Giuseppe Rapisarda avrebbe palesato esplicitamente la richiesta. Specificando che quei soldi gli erano dovuti in quanto la cava della vittima: “(..)era la nostra cosa, (..). Perché oramai non è che è un giorno, dodici anni, tredici anni e dobbiamo chiudere sta partita. Vedi tu cosa vuoi fare!”. Proferendo, altresì, nei confronti della vittima frasi del seguente tenore, “(..) che i o te lo avevo detto..mio padre il suo piacere è questo, perché qui era la cosa sua”.

Federica Cavalieri – Catania Post

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